… un fascio. Tra propaganda, sviluppo e dittatura è precisamente quel che ha fatto Mussolini. Un Fascio, il Fascismo. E contestualmente alla parabola del Duce si ha anche un andamento fortemente decrescente dell’”indice di gradimento” di casa Savoia da parte dei cittadini, considerata, soprattutto nella figura esponente di Vittorio Emanuele III, il “Piccolo Re” una stirpe di traditori e di inetti. Così dall’”Avanti Savoia!” che da incitamento a una singola brigata nella Grande Guerra diventò quasi un motto, si è passati non tanto a una damnatio memorie postbellica-postfascista-postpartigiana quanto a una demonizzazione dell’operato non solo di Vittorio Emanuele III ma anche della casa regnante in toto, a partire da quando era sovrana di un fazzoletto di terra sopra al Piemonte.
Così, facendo di tutta l’erba un fascio, si tende a dimenticare che tra i Savoia c’era anche chi ha dovuto scontare le pene della ragion di Stato e delle strategie politiche sulla propria pelle, chi è morto sentendosi fino in fondo Italiano e chi ha speso la sua vita prodigandosi in opere buone e conforti per chi era invischiato in brutte situazioni. Un nome a caso, Mafalda di Savoia, il brutto anatroccolo della famiglia, spesso malaticcia eppure sempre amata. Sposata a un principe d’Assia, tedesco quindi, ma da sempre nemica delle idee di Hitler, poi vittima della ragion di Stato, che la rese ostaggio del fuhrer (con la dieresi sula “u”) a causa del “tradimento” compiuto da Vittorio Emanuele nel firmare l’armistizio dell’8 settembre con gli alleati. Rapita mentre si recava all’ambasciata tedesca a Roma, fu deportata al campo di concentramento di Buchenwald dove, lungi dall’essere trattata da principessa qual era il suo rango, soffrì gli stenti e la fame, e morì per le conseguenze di un bombardamento.
Cresciuta tra gli agi e i lussi fu tuttavia molto amata in famiglia, e lei stessa fu molto presente nell’aiutare i suoi famigliari a sopportare crisi politiche e eventi dolorosi. Lo stesso dolore che dovette affrontare lei nel campo di concentramento non fece altro che aumentare la sua dignità e la sua forza interiore, pur tuttavia non rendendola diversa, più sostenuta, rispetto a chi le stava a finaco. Chi la conobbe in quel luogo di morte riferì che lei si sentiva italiana, e soprattutto deportata come loro, e con loro era disposta a dividere il poco cibo e le grandi fatiche. Tutto il contrario insomma di quell’immagine dei Savoia che danno certe considerazioni storiche frettolose.
Come ci insegnavano a scuola giuda, le affermazioni in cui è portato il discorso alla quantità estrema (tutto-sempre-in ogni caso) sono sicuramente false, perchè c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.







