Mi stavo leggiucchiando qualche post da blog che frequento di solito, e mi ha colpito questo, che tratta tra l’atro un argomento di cui ultimamente sto parlando con le persone che mi circondano.
Quando mi confronto sull’argomento “peccati”, tra il serio e il faceto, le domande che mi pone qualcuno sono grosso modo “ma in fin dei conti chi sono gli uomini per definire il concetto di peccato? Perchè dovrei andare a racontare i fatti miei a un prete che non sa niente di me?”
Beh, secondo me, così da misera ex acierrina e niente di più, il peccato è quando non investi i talenti che ti ha donato Dio. Non è necessariamente peccato se ti mangi un gelato in più o se vorresti avere i soldi di Berlusconi, o la macchina di Montezemolo.
Peccato è anche quando ad esempio non aiuti un amico che ti ha chiesto una mano per qualcosa che a lui non riesce mentre a te riesce bene. Peccato è anche quando sei portato a fare un determinato lavoro e invece non ti sforzi per arrivare a affermarti ma ti accontenti di un lavoretto sicuro che non è nelle tue corde. Infatti nel Vangelo c’è questa parabola, la parabola dei talenti, che diche che -per chi non la sa- un tizio ricco parte per un viaggio e lascia ai servi da amministrare le parti del suo patrimonio. Torna dopo molto tempo e dei servi gli portano più denaro di quanto lui ne abbia consegnato loro, perchè l’hanno investito e fatto fruttare. Uno invece gli dice “Signore, so che sei un uomo cattivo che raccoglie dove non ha seminato, ho sotterrato il talento che mi hai dato (una moneta molto preziosa dell’epoca) e tieni qua che te lo ridò indietro”. Il padrone caccia quindi il servo che l’ha insultato non tanto per l’insulto (ossia secondo me i peccati più universalmente riconosciuti e classificati, come i soliti accidia-ira-lussuria-gola ecc ecc), quanto più perchè non ha fatto fruttare il talento che lui gli aveva affidato. E’questo non sfruttare a volte i nostri talenti, e quindi fare un peccato, ossia uno spreco (“che peccato, oggi piove e non posso andare al mare”: il peccato è quindi uno spreco) che ci porta a volte e criticare la famigerata “pagliuzza nell’occhio del nostro fratello, invece che guardare la trave che c’è nel nostro”.
Poi penso che ad oggi la Confessione sia un po’sottovalutata perchè, mancando una concezione a tuttotondo del “peccato”, ne viene sottovalutata la “cura”. Mi spiego: si può pensare “ormai quel che è fatto è fatto, mi dispiace ma sono affarmi miei”. Ma se Dio è nostro Padre, ogni papà, almeno credo, perdona i figli e continua ad amarli (a parte rari casi). Però serve che i figli capiscano dove hanno sbagliato… e magari chiedano scusa e correggano i loro errori. Il pentimento è un presupposto fondamentale per poi confessarsi secondo me, e il pentimento è un percorso di volontà. Poi si sa che lo spirito è forte ma la carne è debole, ma penso che Dio nella Sua misericordia apprezzi anche la nostra buona volontà. E proprio Dio ci dona il modo di chiedergli scusa, tramite la Confessione, che dato che Dio non ha voce, ma ha la nostra voce, e non ha mani, ma ha le nostre mani, altro modo non c’è che “utilizzare” la voce e i segni di un prete per riconciliarci con Lui, causa forza maggiore, diciamo.
Che poi, quando ci si confessa poi si esce dalla chiesa davvero più contenti e più leggeri, provare per credere!








Effettivamente si è perso il concetto di “peccato” perchè si è persa la strada da percorrere, il senso delle cose, la mia origine: l’uomo è convinto di farsi da solo, non ha bisogno di una compagnia.
Non esiste più il concetto di destino (come senso ultimo delle cose).
Non esiste più il concetto di Compagnia (come presenza che accompagna la mia vita).
Queste chiusure non fanno altro che isolarmi, lasciarmi da solo davanti alla realtà.
“La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene e in cui trova la sua più grande soddisfazione”
diceva S.Tommaso.
Sta tutto lì, nel “SOSTIENE” cioè tiene sù, fa da fondazione; e nella SODDISFAZIONE, non quella passeggera ed effimera delle cose del mondo.
Zorapide, è vero, ultimamente l’”autoreferenziale” va di moda…
credo che il primo passo per arrivare alla Compagnia-destino-soddisfazione sia aprirsi un po’intanto a livello parrocchiale, che ne so, fare qualche dolce per i gr.est. o per i mercatini organizzati per le missioni o per comprare la rete nuova da pallavolo per oratorio o acr, oppure interagire con chi fa volontariato… ma che dire, sembra che tanta gente si vergogni o abbia paura a fare testimonianza attiva in mezzo alla gente… devo ancora capire perchè.
Mancano principalmente Cultura e Coscienza.
Meglio stare stare seduti sulla panchina al parco o sul “muretto” a fare niente.
La noia è una brutta bestia però, la cronaca quotidiana docet.
Ah già, dimenticavo che ora per ammazzare il tempo si fanno le corse sui tetti dei treni come Anthony Quinn e Adriano Celentano in Bluff – storia di truffe e di imbroglioni. Provo pena per certe persone, perchè devono essere proprio povere dentro…
Sono da sole, appunto.
Non hanno incontrato qualcuno che ha preso sul serio il desiderio (vero) del loro cuore….
Penso che non sia questione di “riuscire a incontrare”, ma piuttosto di “voler incontrare”. O di voler accettare le forme in cui ci si presenta la Salvezza, a causa dei “trend” del periodo culturale che stiamo vivendo. Si sceglie la via più semplice e si cerca di vivere più tranquilli, chiedendosi chi glielo fa fare a certa gente di frequentare parrocchia o vicariato quando è più comoda la panchina di cui parlavi prima…