Quando tocchi il limite di qualcosa, assapori lo sforzo, il pericolo, il gioco estremo, quando sei in bilico tra il bene e il male, il giusto e il sbagliato, non ti passa un brivido tra schiena e anima?
Se calcoli il limite di una funzione matematica nell’intorno a destra e a sinistra di un asintoto o di un punto di non esistenza, dove la funzione non esiste perchè è un punto esterno al dominio, scopri se ottieni un valore numerico oppure l’infinito, positivo o negativo e puoi quindi già tracciare un grafico approssimativo.
Ma quando non siamo nell’analisi matematica ma siamo nella vita quotidiana, e siamo arrivati al limite di qualcosa, abbiamo probabilmente pescato un jolly dal mazzo delle probabilità, e abbiamo la possibilità di tornare indietro e far finta che niente sia successo, oppure di superare il limite e tuffarci nel bene e nel male in quello che ci riserva quello che solitamente è un infinito. Poi si può solo sperare che il segno dell’infinito sia positivo.
Per questo forse le persone amano restare in situazioni particolari “al limite”, perchè l’eccitazione che si prova in quel momento carica, sprona, elettrizza, fa sognare… ed ecco che quando si raggiunge l’asintoto o il punto di non esistenza della funzione-vita scopriamo che quello che abbiamo raggiunto non è poi così attraente rispetto al brivido che ci da il limite, che ci sembrava quasi il trailer di un bivido molto più grande che avremmo trovato sfondando il limite… e siccome inconsciamente lo sappiamo, a volte preferiamo restare lì nel limbo.
Al massimo, se vogliamo un altro giro sulle montagne russe, possiamo calcolarci la derivata!







